C’era un volta il Cavallo Agricolo Italiano

by PASSIONECAITPR
1959 - Verona Fiere

Le origini del TPR sono strettamente connesse allo sviluppo del settore agricolo nel nostro paese fin dal 1860. Fino ad allora, non esisteva infatti una razza autoctona che potesse essere utilizzata per il lavoro dei campi.

Inoltre, ancor prima dell’unità d’Italia, venne emanato un decreto di costituzione di ben sei “depositi di riproduttori equini” dislocati su tutto il territorio peninsulare. Infatti all’epoca tutti gli Stati vantavano comparti ippici funzionali alle attività delle Forze Armate.

Questi “depositi” erano parte integrante dell’Esercito ed erano supportate da personale militare. La costituzione di un consistente parco riproduttori aveva la duplice funzione di incrementare la qualità della popolazione equina sull’intero territorio e di poter soddisfare in tempi reali queste importanti risorse strategiche in caso di evento bellico.

Tra i sei “centri di incremento ippico”, ricordiamo il Deposito di Ferrara che già nel 1860 disponeva di ben sessanta stalloni dell’allora razza Polesana (cavalli che fin dall’epoca romana venivano utilizzati nelle province del Polesine, del basso padovano e del veronese), che in meno di sei anni riuscì ad estendere il proprio raggio d’azione al Friuli, al Veneto ed alla estreme periferie di Mantova e Ferrara.

Contemporaneamente l’economia agricola aveva grande bisogno di una svolta qualitativa in termini di efficienza, di veri e propri “motori” a trazione animale che potessero supportare le esigenze che andavano progressivamente maturando.

E proprio intorno ai primi del ‘900, si prese coscienza nei due ambiti di maggiore interesse, agricolo e militare, che le razze allora allevate in Italia non si adattavano al concetto di “tiro pesante rapido” che si rendeva invece necessario.

Si ricorse all’importazione di alcuni stalloni delle razze europee da tiro-lavoro e dopo un breve periodo di sperimentazione genealogica, la scelta si orientò sul ceppo Norfolk-Bretone che ben si adattava alla linea morfologico-attitudinale precedentemente individuata.

L’importazione di questi riproduttori fu fatta con coscienza e con incredibile cognizione tecnica: l’intento non era stravolgere la razza, bensì renderla funzionale.

Attenzione che sembrerebbe strumentale, invece alla luce dei documenti ritrovati, era mirata principalmente al “benessere animale” (in momenti non sospetti), in termini di capacità motorie senza sforzo eccessivo.

Qualche anno più tardi intorno al 1930, fu il neonato Ministero dell’Agricoltura ad emanare un impianto normativo che regolamentasse le attività selettive e produttive dei centri di incremento, con l’iscrizione dei soggetti meritevoli in un archivio con riferimento alla prima generazione di puledri nati nel 1927, cosiddetti “derivati bretoni”.

Un flash del 1936 – foto archivio Verona Fiere

Altra tappa fondamentale fu il 1934, data del “I° Concorso Morfologico” in sede di Fiera Cavalli Verona, al tempo fiera agricola autunnale, cui parteciparono numerosi stalloni nella categoria 30 mesi e diverse fattrici.

Da quel lontano 1927 è passato quasi un secolo ed oggi la situazione è notevolmente cambiata.
Per gli Allevatori si aprono nuovi scenari e diverse interessanti opportunità.

AP

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